LOGOI KAI OUROBOROI

Un laboratorio ludico-alchimistico per trasmutare parole in aurei pensieri: a disposizione di chiunque abbia “elementi” da gettare nel crogiuolo :)

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venerdì, 18 novembre 2005

LOGOI E OUROBOROI
(SPICCIOLI DI RELATIVISMO APPLICATO)


IV capitolo

W la difference!  Ad ogni parola il suo significato (con attestato etimologico): dio, teismo, fede, credenza, spiritualità, religione, .....

Riprendiamo a questo punto il discorso cominciato all'inizio di questi "spiccioli" a proposito delle parole.
Vi avviso fin d'ora che questo capitolo sarà costellato di excursus a causa di tutte le idee che mi stanno turbinando nella testa ramificando in modo incontrollato....
Allora. Perché bisogna attribuire tanta IMPORTANZA alle parole? Se vi ricordate abbiamo sottolineato come esse costituiscano un codice di comunicazione del pensiero. Che detto così, sembra una banalità, mentre invece è un punto molto importante. Infatti abbiamo visto come concetti ed idee prendessero sentieri diversi a seconda delle culture che li elaboravano e di come, anche quando avevano in comune una stessa matrice, potessero esprimersi in maniera diversa attraverso l'uso di parole diverse che ne traduceva il significato nelle varie lingue, nel loro propagarsi da una parte all'altra del mondo. Ora succede che, se - anche nell'ambito di una stessa lingua -, non si presti più tanta attenzione al significato autentico delle parole che si adoperano, si alterino anche, in maniera inquietante i concetti portanti che ne sono alla base.
(...così, per esempio la 'democrazia' diviene una 'merce da esportare' e la 'guerra' un noioso 'equivoco' da non prendere in considerazione, usato erroneamente al posto di 'missione di pace'!)
Come, capita pure, che parole usate a vanvera e/o in modo interscambiabile e incongruo portino facilmente a malintesi.
A proposito di malintesi, vorrei prevenire l'obiezione che immagino venga in mente a più d'uno di voi circa l'importanza primaria delle parole come strumento di comunicazione, e che si riassume nelle fatidiche parole (...) della ineffabile Volpe al Piccolo Principe "le parole sono una fonte di malintesi", col prendere in mano insieme un momento questo libro. Personalmente da tempo immemore lo tengo come una piccola bibbia in pianta stabile sul mio comodino (in duplice copia ed anche in 'cassetta' declamato da F. Concato) così che potrei citarvelo tutto a memoria. Ora immagino che non sarà sfuggito a nessuno di voi quanto tutto il libro sia costruito su una serie di metafore...che rimandano ad alcuni temi essenziali. Nella mia copia più antica, squinternata e "vissuta" (vi è vergata la data 1979...) trovo per esempio annotata a margine una breve analisi dei seguenti:
"Tema della solitudine:
a) Dell'uomo dotato di fantasia in mezzo all'aridità della stragrande maggioranza degli uomini (come l'essere in un deserto)
b) Di certo tipo d'uomo curante solo di sé e indifferente al resto dell'umanità (come l'essere solo in un pianeta "troppo" piccolo)
Tema del silenzio:
Ricorrente nelle situazioni in cui scaturisce sofferenza interiore, stuporosa incapacità, senso di limitazione di fronte alle grandi costanti essenziali della vita; parallelo infatti alla concezione dell'invisibilità delle cose importanti."
De Saint-Exupéry pervade infatti la sua opera, e ce la trasmette -attraverso le sue metafore-, di una profonda disillusione nei confronti degli uomini e della loro capacità di "capire" e "comunicare".
Nel lungo "viaggio" nel cosmo del Piccolo Principe compaiono via via figure di esseri rinchiusi nella gabbia del loro egocentrismo, unici abitanti di quel 'piccolo' pianeta fatto su loro misura. E quando infine giunge sulla Terra alla ricerca degli 'uomini' si trova proiettato nel deserto, dove, per primo, incontra quel serpente che lo restituirà alla fine all'originario, puro, non-essere, che sentenzia "Si è soli anche con gli uomini". Il secondo incontro avviene con un fiore, che interrogato anch'esso sugli uomini risponde "...non si sa mai dove trovarli. Il vento li spinge qui e là. Non hanno radici, e questo li imbarazza molto". Successivamente si ritrova a gridare la sua solitudine e l'eco gli rimanda il suo grido...e il Piccolo Principe commenta "....gli uomini mancano d'immaginazione. Ripetono ciò che loro si dice..." ...E quando finalmente incontra la Volpe che gli insegnerà i 'riti' dell'amicizia, essa, alla sua perenne domanda sugli uomini risponde" Gli uomini hanno dei fucili e cacciano. E' molto noioso! Allevano anche delle galline. E' il loro solo interesse." ...E poi....e ancora...incontri... E tristi commenti.
L'unico Uomo che il Piccolo Principe incontra nel deserto è il suo "alter ego": quello che lo contiene dentro di sé. L'aviatore col motore in avaria che aspetta un alito di fantasia (proveniente dal suo io infantile) per riprendere a volare... A 'lui' confida: "Fa bene l'aver avuto un amico, anche se poi si muore..." E poi: "Gli uomini si imbucano nei rapidi, ma non sanno più che cosa cercano. Allora si agitano e girano intorno a se stessi...." E ancora dice l'"aeternus puer" all'anima che lo contiene: "Da te, gli uomini coltivano cinquemila rose nello stesso giardino...e non trovano quello che cercano..." "Non lo trovano" risponde l'aviatore-anima-adulto.
Per inciso: non ho mai trovato che questo fosse un libro per bambini (se non particolarmente maturi). Credo sia difficile infatti, molto difficile, per loro "accettare" il suicidio finale del Piccolo Principe. E ancor più difficile comprenderne la metafora. Quella, che, comunque, va  al di là del rituale simbolico di uccisione del 'puer' quale prezzo da pagare per l'ingresso nella "adultità", e che, rifiutandolo, opta nel far "migrare" nelle stelle il proprio Principe(= principio) infantile e puro, per poter riprendere a viaggiare nella "terra degli uomini" (titolo di un'altra opera di de Saint-Exupéry) con ali distese e sguardo rivolto al cielo...
Tutto questo lungo excursus sul "Piccolo Principe", per dire che cosa? Per dire che l'assunto da cui partivamo (le parole come fonte di malintesi) assume in questo contesto il senso specifico -e altamente significativo!- di quanto poco valore le parole abbiano quando disgiunte dal Principio originario connesso con l'intenzione del cuore di comunicare...
...E infatti de Saint-Exupéry, LE PAROLE….le trova, eccome, per comunicarcelo!
(...anche questo in qualche modo è un ouroboros....)


fine primo excursus: continua...

Postato da: Leira a novembre 18, 2005 00:10 | link | commenti (31) |

domenica, 06 novembre 2005

Poiché il contributo dei vostri interessanti e interessati commenti ha messo in luce attraverso riferimenti e citazioni (vedi Alain-Oshoosho e Klimt ...che proprio di Osho (l'originale') ci riporta le parole -in uroborica coincidenza direbbe Maria!-), il desiderio di approfondire alcuni argomenti, apro questa digressione ponendola come appendice (...un po' lunghetta) al terzo capitolo degli "spiccioli". Sperando che vi troviate ancora nuovi spunti d'interesse e che sia fonte di stimoli ad ulteriori approfondimenti vi auguro buona lettura. :)


Parleremo ancora di emisferi cerebrali: di dominanza e sincronizzazione.
E di respiro e meditazione.





Una recente scoperta ha in sé importanti implicazioni relative alla capacità di controllo degli stati del sistema corpo/mente, e prospetta una interessante connessione fra i principi che regolano la medicina occidentale e quella orientale. Pare infatti che sia stata accertata una diretta relazione fra l'attività del cervello e il ciclo respiratorio nasale che si effettua nell'alternarsi di stati di chiusura e apertura delle narici. Per mezzo di un semplice esercizio respiratorio sarebbe così possibile scegliere di modificare - per un breve periodo di tempo - la prevalenza di uno o dell'altro emisfero cerebrale. Quando il flusso dell'aria è più libero in una narice, l'emisfero che ha la prevalenza è quello opposto, d'altra parte una respirazione forzata nella narice più congestionata, sveglia l'emisfero meno attivo. Ciò pare provato da risultati elettoencefalografici che hanno mostrato una sostanziale relazione fra il flusso nasale dell'aria e la risposta di attivazione cerebrale dei due emisferi su tutte le frequenze (alpha, theta, delta e beta); ... E guarda un pò: riecco spuntare di nuovo il famoso "soffio" che avevamo trovato alla radice di certe parole!... "Il naso è uno strumento per modificare l'attività corticale - dichiara Shannahoff- Khalsa dell'istituto Salk per gli Studi Biologici - il naso è molto più di un congegno olfattivo. Questa scoperta è portatrice di nuovi significati, è come aver trovato un nuovo senso". E più avanti: " Dimostra la capacità dell'individuo di modificare l'attività cerebrale e i processi fisiologici associati in maniera non-invasiva, selettiva e prevedibile". Questa scoperta significa soprattutto che i principi della medicina e della meditazione orientale non debbono più rimanere estranei alla scienza occidentale. II legame fra il ciclo nasale e il sistema nervoso autonomo, suggerisce che le forme di intelligenza separate localizzate in ciascun emisfero, richiedono un supporto metabolico accresciuto del lato opposto del corpo e inoltre "suggerisce, per la prima volta, una relazione dimostrabile fra modificazioni dello stato mentale e specifiche funzioni metaboliche". Il ciclo nasale potrebbe perciò essere la porta verso la conoscenza di uno dei ritmi più importanti presenti nel corpo. Questa ricerca suggerisce che tale ciclo di alternanza dell'attività narice/emisfero è comlessivamente collegato con il ciclo fondamentale riposo-attività, ivi compresi, anche i due cicli alternati del sonno: REM (movimenti oculari rapidi) e non-Rem (sonno profondo e senza movimenti). La prevalenza della narice destra/emisfero sinistro corrisponde a fasi di attività accresciuta, la prevalenza della narice sinistra/ emisfero destro corrisponde a fasi di riposo. Non stupirà sapere che gli scienziati cinesi hanno mostrato grande interesse per questa ricerca, in quanto aggiunge una nuova dimensione alla comprensione della loro teoria degli stati del sistema corpo/mente, naturalmente Yin e Yang, considerati come stato passivo e stato attivo. Inoltre la ipotizzata correlazione fra cicli nasali e funzione complessiva del corpo, se provata concretamente, potrebbe condurre ad attribuire una credibilità scientifica agli insegnamenti di antichissima tradizione dello Yoga riguardo al pranayama: ossia la disciplina della respirazione. Come probabilmente già saprete, questa disciplina della respirazione, il cosiddetto pranayama, gioca un ruolo importante nelle tecniche di meditazione yoga. Per il momento tralasciamo però di approfondire questo discorso particolare, per cercare di capire prima di tutto quali implicazioni di carattere bio-fisiologico vi siano nella meditazione di stampo orientale, - a prescindere dalle tecniche specifiche legate a singole scuole di pensiero - secondo gli studi che se ne sono fatti in occidente. Secondo Robert Keith Wallace, che fu il primo scienziato americano a studiare da un punto di vista scientifico lo stato di coscienza nella pratica della Meditazione Trascendentale (termine coniato da Maharishi per la sua tecnica tanto per far capire agli occidentali che si trattava di un'altra cosa), la meditazione è definibile come "uno stato di veglia ipometabolico". Ossia, sarebbe uno stato di rilassamento più profondo del sonno, in una condizione però, di veglia vigile. Da quando, intorno agli anni trenta, la scienza occidentale ("certa" scienza occidentale, naturalmente) si è interessata alle pratiche meditative orientali, gli scienziati si sono occupati... anzi si sono 'preoccupati', suona molto più giusto dire, di studiare, attraverso una vasta gamma di strumenti, quali fossero le modificazioni psicofisiologiche dei soggetti meditanti. Naturalmente, ciò non vuoI dire che la strumentazione possa indagare il vissuto soggettivo del praticante, né tanto meno spiegarci quale sia il motivo dell'esistenza millenaria di tali pratiche. Semplicemente analizza le manifestazioni fisiologiche del soma durante la meditazione. Negli ultimi anni le tecniche meditative sono state studiate confrontandole con le tecniche di rilassamento occidentali: questo al fine di valutare quanto le variazioni fisiologiche delle tecniche orientali fossero reali e significative. Questo avvicinamento oggi ha portato la psicofisiologia a considerare la meditazione solo come una tecnica di rilassamento escludendo il contesto filosofico entro il quale trova la sua giusta dimensione. E, rispettando il quale, possiamo dire -a grandi linee che la meditazione conduce il soggetto ad un processo di disidentificazione portandolo a percepire una parte di Sé che va oltre i pensieri e le emozioni. Durante la meditazione il soggetto raggiunge, effettivamente, uno stato di rilassamento molto profondo, e questo è rilevabile attraverso registrazioni delle attività fisiologiche. Gli studi svolti suggeriscono che la pratica meditativa sembra provocare una risposta integrata, o riflesso, che è mediata dal sistema nervoso centrale. Un tipo di riflesso, ad esempio è quello legato ad una reazione di lotta o fuga, dove il sistema nervoso simpatico mette in moto una serie di risposte fisiologiche caratterizzate da un aumento della pressione sanguigna, ritmo cardiaco, flusso di sangue e consumo di ossigeno. All'opposto la meditazione produce uno stato ipometabolico che può esser d'aiuto ad alleviare ipertensioni e altri disturbi causati da continui stimoli dell'ambiente che evocano risposte di lotta o fuga. Durante la meditazione avvengono una serie di modificazioni, come per esempio la diminuzione del consumo di ossigeno e dell'eliminazione di anidride carbonica, del ritmo e della gettata cardiaca insieme al ritmo e volume della respirazione, e inoltre, delle modificazioni dell'elettroencefalogramma tali, che questi indici sembrano suggerire l'esistenza di uno stato di coscienza diverso da quelli normalmente conosciuti come veglia, sonno e sogno. Le due caratteristiche peculiari della meditazione sono rappresentate dalla sincronizzazione dei due emisferi e dalla presenza di onde teta. il primo aspetto indica che c'è una forte sinergia tra gli emisferi destro e sinistro e i neuroni stanno lavorando in maniera sincrona; il secondo, tipico del sonno, sembra teoricamente incompatibile con la veglia del soggetto meditante. Abbiamo visto quindi, che durante la pratica della meditazione le registrazioni EEG mostrano che vi è un'alta sincronizzazione inter-emisferica. Questo vuoI dire che i due emisferi lavorano in modo sincrono e non soltanto simultaneo, e che cioè il cervello funziona come una struttura unitaria e indivisa. Durante lo stato di veglia i nostri emisferi sono desincronizzati, o meglio lo stato di veglia è caratterizzato dalla desincronizzazione inter ed intra emisferica. il fenomeno della desincronizzazione avviene perche durante la veglia noi utilizziamo parti specifiche del cervello per la risoluzione di problemi quotidiani. Al contrario il cervello in stato di riposo ad occhi chiusi presenta un'attività elettrica diffusa ed ampia per tutta la superficie del cranio. Ma cosa vuoI dire che il nostro cervello in particolari stati, quali la meditazione, è altamente sincronizzato? Sulla sincronizzazione degli emisferi sono stati fatti molti studi proprio per valutare il significato di questo dato e i suoi effetti. Questi studi ci mostrano come la sincronizzazione tra i due emisferi è associata a stati di benessere ed emozioni positive mentre la desincronizzazione è correlata con situazioni stressanti ed emozioni negative. Le tecniche meditative orientali sono classificate dalla moderna psicofisiologia tra le strategie di rilassamento insieme al Training Autogeno, Rilassamento Progressivo ecc. In questa classificazione è chiaro che per la scienza occidentale le tecniche meditative sono più vicine ad una tecnica di rilassamento che ad una forma di autoconoscenza. Le tecniche occidentali di rilassamento quali Training Autogeno, Rilassamento Progressivo ecc. sono utilizzate come forma di riposo soprattutto quando si è stressati. L'uomo occidentale è propenso all'azione, ma se questa diventa continua lo può portare ad un esaurimento delle sue energie. Quindi, in linea di massima, per l'occidentale le tecniche di rilassamento non rappresentano altro che delle forme concentrate di riposo. Questo discorso non è certo valido invece per l'Oriente, dove ad eccezione del Giappone, il concetto di stress non è molto diffuso, e di conseguenza non lo è nemmeno l'esigenza di avvalersi di tecniche che abbiano per finalità prioritaria il rilassamento. Attualmente si stanno svolgendo degli studi, qui in Italia, all'Università di Padova, sui livelli di sincronizzazione dei due emisferi durante gli stati di Meditazione Trascendentale e di Training Autogeno. Lo scopo è quello di vedere se è possibile fare il confronto tra due tecniche molto simili ma nello stesso tempo molto diverse e provenienti da due culture totalmente differenti. Scoprire cioè, se gli alti livelli di sincronizzazione sono raggiungibili anche attraverso il Training Autogeno, durante il quale i soggetti sperimentano uno stato di profondo riposo attraverso induzioni che vengono date al proprio corpo. Si sa infatti che nel cervello esiste una mappa completa del nostro corpo che ci permette di avere coscienza del corpo ed una sua rappresentazione mentale. Attraverso il rilassamento del soma, il Training Autogeno porta alla distensione della mente. Nella meditazione avviene il contrario, cioè attraverso la distensione della mente, di riflesso il corpo si rilassa. Poiché, lo stato di profondo riposo che si raggiunge in condizione di veglia, è comunque la caratteristica comune ad entrambe le tecniche, ciò che si vuole verificare è se la sincronizzazione avvenga in ogni caso per effetto di questo stato. Se questa ipotesi venisse confermata, ci si potrebbe forse chiedere: qual'è allora la funzione specifica, o meglio la prerogativa, della meditazione? La risposta, semplificata al massimo, è che per la meditazione il raggiungimento di un stato psico-fisico, non è la finalità, ma piuttosto un mezzo... in quanto la meditazione è una tecnica della coscienza, un addestramento dello spirito: un lavoro interiore, che si intraprende solo quando l'obiettivo che ci si pone è il cammino verso l'auto-consapevolezza.

Fonte: "Le divisioni del cervello e l'unità della coscienza: i tre cervelli, i due emisferi e le ricerche sulla meditazione" di Federico Montecucco e Sebastiano Gelsomino

Postato da: Leira a novembre 06, 2005 21:41 | link | commenti (28) |

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